Lettera agli innamorati

“Tutte le lettere d’amore sono ridicole. Non sarebbero d’amore, se non fossero ridicole.”

Fernando Pessoa

Caro innamorato, cara innamorata,

domani è la tua festa o almeno così dicono, non so se solo qui o in mezzo mondo, un po’ come a ferragosto. E lo so, lo so, lo so che non ha senso parlar d’amore al quattordici di febbraio (che tra l’altro quest’anno c’è solo un pizzico di Luna) perché d’amore si dovrebbe parlar sempre, sempre, e chi è innamorato lo sa bene e non ha bisogno di me, o del calendario, per ricordarselo. Però avevo questa lettera lì, pronta a spiccare, e invece di tenerla per me mi sono detto di scriverla, e di dirtela, e di dartela, e poi tu ne fai quel che vuoi.
Ti scrivo perché ti invidio, o forse ti ammiro, no mi sa che ti invidio e pure di brutto, specie se tu ti trovi nella condizione meravigliosa di chi può dirsi innamorato o innamorata e dall’altra parte dei tuoi occhi c’è qualcuno che ti guarda, e ti vede, e ti chiama dicendoti “pensavo a te”, e ti bacia, e ti ama. Caro innamorato, io ti scrivo per dirti cose così, che mi vengono in mente al pensare a quanta gente la schifa, la festa di domani, che poi secondo me è peccato. E’ peccato perché se qualcuno l’ha messa lì, mi dico io, avrà anche avuto le sue buone ragioni; poi non so bene perché l’han messa a febbraio, il mese corto ma anche quello ingannevole, che ogni quattro anni ci regala un’alba in più, chi lo sa. Febbraio, penso alla febbre, febbre amorosa, forse è per questo. Non so. Quel che mi porta a scriverti questa lettera accorata, caro innamorato, cara innamorata, è il fatto che domani tu hai un’occasione imperdibile per renderti ridicolo. E il mio invito è proprio questo: renditi ridicolo, dai, un pochino, un po’ come sto facendo io che mi metto a scrivere d’amore nelle ore in cui il mondo non parlerà d’altro; renditi ridicolo, e se non vuoi farlo domani che è scontato allora fallo dopodomani, che già si saranno tutti dimenticati, fallo in un giorno che nessuno se ne accorge ma fallo, fallo, fa’ qualcosa per dire il tuo amore e rischia, osa, sii coraggioso, non farti sfuggire l’occasione. Non avere paura di ciò che provi. Inventa qualcosa, vedi tu, compi un gesto d’amore per chi ami e fallo fino in fondo, fallo interamente, non tenerti dentro quello che senti. Prendile la mano, guarda dentro le pupille e ascolta la tua voce dire parole da cinema, oppure quelle poche parole che ti vengono, ma dille, diamine, dille, rischia che i tuoi occhi brillino di lacrime ma non lasciarti scappare l’opportunità di dire all’amata amata e all’amato amato: sono innamorata, sono innamorato. Di te. Di te. Questa seconda parte, il di te, è fondamentale: non dimenticarla. Sono innamorato di te. Sono innamorata di te. Senti come suona. Non farlo per ricevere: fallo, e basta. Non aspettarti nulla: fallo per lei, per lui, e fallo per te. Renditi ridicolo, salta l’ostacolo. Dì parole d’amore. Conta, dirle, conta eccome. Rischia, osa: corrile incontro alla fermata, dai un bacio alla stazione, falle una sorpresa, vai a prenderla al lavoro e tu fanciulla regala un fiore, che noi uomini facciamo tanto i duri ma i petali ci piacciono, eccome, il cuore dei fiori ci ricorda ciò che la donna indossa tra le gambe, insomma quella cosa tenera per cui, si dice, sia nato il mondo. Canta una canzone, nasconditi e poi sbuca fuori all’improvviso, fai un sorriso, cucina per lui o per lei e verranno cose buone, e se il cinema non fa per te allora lascia perdere e fai una cosa semplice, una cosa per tutte: ama. Ascoltala, guardalo, dedicati attentamente, domanda: mi parli un po’ di te? Mi dici di quando eri bambina? Mi mostri una ferita, una cicatrice, una stella? Guarda gli occhi, e le ciglia, che lì ci sono un sacco di cose che ti aspettano, annusa il collo e i capelli, tieni a mente il profumo che poi magari scappa via. Ama, ama, ama, oh mio caro innamorato e innamorata, fai l’amore e sfiora la pelle, senti le labbra e non perderti nemmeno una caramella di bacio. Bacia, bacia, bacia… ma non devo dirtelo io, lo so. Chi sono io per dirtelo? Nessuno, sono me. Passavo di qui, ho visto il calendario e ho pensato: domani è la mia festa. E’ anche la mia festa, già.
Infatti questa lettera è anche per me, e per te, caro il mio innamorato smarrito. Chi ti scrive è smarrito come te, come il pagliaccio che porta tra le dita un fiore: l’ha visto sbocciare, e se lo vede appassire tra le mani. L’amore si fa in due, no? Eh, già. L’amore si fa in due. L’innamorato smarrito compra una rosa che non regala, scrive lettere d’amore che non consegna, tiene in punta di labbra baci sospesi, frecce in attesa di scoccare, baci che non sa più a chi dare. L’innamorato smarrito non può dire l’amore, al massimo può dire l’amo… l’amo… l’amo… ma gli manca sempre un pezzettino. E se grida nella valle “ti amo!” sente una voce che risponde “ti amo!” ma poi se ascolta bene scopre che è la sua, è detta dall’eco… L’innamorato smarrito si sente fuori posto rispetto alla primavera che arriva, non sa dove mettersi, non è pronto a fiorire. E ulula alla Luna (che domani è un’unghia), le grida che cosa me ne faccio di questo amore che ho qui, grida, che me ne faccio di questo fiore che tengo tra le mani, di queste parole, di questi baci a mezz’aria? Ma la Luna sta lì, nemmeno risponde, non può fare tutto lei. L’amore si fa in due, già. E se lo fai da solo, non si chiama più così. Ma non si può negare, non si può negare amico mio che domani sia anche la tua festa, già, e la mia. E’ la festa degli innamorati, e io sono ancora innamorato. Smarrito, sbiadito, svanito e impaurito, certo… Ma innamorato. E questa lettera è il mio modo di rendermi ridicolo, di far festa. E invito anche te, smarrito come me, a festeggiare e a gridare al mondo senza paura il tuo amore svanito, perduto, volato via. Qualcuno dirà: ridicolo, appunto. Patetico, addirittura (che però deriva da pathos, quindi siamo in tema). Sarà. Ma non bisogna aver paura di rendersi ridicoli, ogni tanto. Dico: fa niente. Meglio così, che far finta che sia passata e che sia finita solo perché la tua mano è vuota, e stringevi una mano fino a poco fa e ora chissà dove sarà. Troppo facile togliersi dal dolore, chiudere gli occhi e non pensare. No no: domani è la mia festa, punto e basta. Perché sono ancora innamorato, non ho paura di dirlo di ammetterlo di scriverlo, che tanto anche se non lo scrivo sono innamorato uguale. E poi passerà, e svanirà, e volerà via… poi. Ma adesso, adesso che tra poche ore è San Valentino io rispondo: presente, eccomi qua; non so nemmeno se la mia amata mi leggerà, forse qualcuno glielo dirà, o forse mai lo saprà, chi lo sa. Inutile metter su la faccia del va tutto bene, quando non va. Intorno gli altri ti dicono: guarda che stai ballando da solo, amico mio. Ah, dici tu, caro il mio innamorato smarrito. Ah, dici. Ci rimani male. E’ che ci vuole un po’, prima di smettere di ballare. Come ti guardano, gli altri? Non capiscono. Ti trovano triste e non osano chiedere il perché, e tu quasi ti vergogni a dire che è roba d’amore, niente di grave, mica si muore, no? Già.
E ora mi rivolgo a te, caro il mio non innamorato, che forse ti sei rotto di legger tutte queste balle, tu che non hai qualcuno che riluce nei tuoi occhi, tu che non hai qualcuno di volato via per cui disperarti, e pensi che domani non hai una beata mazza da festeggiare… Questa lettera è anche per te. Tu ascolti il cuore, ma lui tace. Mannaggia. Per questo ti auguro che presto arrivi qualcuno a tirarti una sventola, una sventola così forte da farti rimpiangere i giorni in cui non sentivi niente, non provavi niente, e sotto sotto invidiavi – anzi ammiravi, anzi invidiavi – coloro che vedevi affranti, o perduti, o vinti, o felici e contenti, invidiavi tutti quelli che non erano te perché si vede, già, si vede chi ha dentro l’amore che canta. Febbraio è anche il mese di San Remo, già.
E così alle porte di questa festa che sembra di nessuno io mi metto qui, su questa piazza che sembra di tutti – che te la vendono come un posto dove si condivide e a me invece sembra solo un esercizio di solitudine, un deserto di noia, un deserto di noi. Dove leggo di un sacco di gente che si sente sola, come me, e scrive che va a correre, a far la spesa, stasera che si fa? cosa ne pensate di? ecco qui una mia foto, ascoltate questa canzone, leggete questa poesia, grazie per gli auguri, e via così. E mi sembrano tutte parole che ne nascondono altre, ci sono quelle che leggiamo e sotto ce ne sono altre, invisibili, che gridano: ho bisogno d’amore, di amare, di essere amato. Mi ci metto pure io, eh? Già. Allora mi son detto: giochiamo a parole scoperte, per una volta. E mi son messo a scrivere questa lettera, per me e per te, mi apro al mondo per un momento, poi torno in silenzio. Qualcuno cliccherà mi piace, forse. Qualcuno commenterà. Qualcuno magari condividerà. Qualcuno non dirà niente. Qualcuno dirà: ridicolo. Patetico. Molti non la leggeranno, meno male. Va bene così.
Intanto, anche se c’è poca Luna, buon San Valentino a tutti. A tutti tutti tutti proprio tutti. Rendiamoci ridicoli, senza paura. E a tutti, tutti tutti tutti proprio tutti, grido: che l’amore arrivi, come un temporale, e vi travolga, e vi lasci senza parole, e vi lasci… che vi lasci senza, che vi lasci qualcosa, qualunque cosa ma qualcosa: anche un vuoto. Che lasci il segno, la cicatrice, la stella, la ferita… per tutta la vita. Varrà la pena, averlo vissuto, e così potremo ringraziare. Alla mia amata io dico: grazie, amore mio, grazie ancora, mi manchi, ciao.