Con chi vai in vacanza?

cartoline di me

Allora che bello, sei tornato, come sono andate le vacanze? Bene, tutto bene, e tu tutto bene? Bene, grazie, bene. Dove sei stato? Sono stati lì, lì e poi lì, io invece sono stato soltanto lì, vabbè, sarà la crisi, e io invece mi sono spinto fino a là in fondo… ma davvero? Davvero. E con chi sei stato in vacanza? Chi avevi intorno a te? Io ero con la mia ragazza, io con la mia famiglia, io invece da solo, poi ho incontrato degli amici, io con mia sorella, io ancora con i miei, io con mia figlia, sai com’è, certo, e io invece sono andato all’avventura. E ti sei incontrato? In che senso? Dico, almeno un momento, sei stato in vacanza con te? O ti sei lasciato a a casa?

Io ho cercato. Ho cercato di fare un po’ tutte e due. Prima ho cercato in tutti i modi di partire da solo, senza di me, cogliendo il momento in cui non ero lì, magari alla fine di un caffè, oppure di corsa dopo una pipì, o all’uscita dalla posta, ho preso la macchina e via, partito. Ma pochi metri dopo mi sono subito accorto che non ce l’avevo fatta, a lasciarmi a casa. Mi è bastato sbagliare direzione dell’autostrada, subito, per capire che ero lì, nel sedile del passeggero, a dirmi che dovevo tornare indietro. Ho sentito questa vocina invisibile, lì accanto, che mi rimproverava che stavo andando dalla parte sbagliata. Ah, eccoti, ho pensato. Allora sei venuto anche tu, cioè sono venuto anche io. Non sono riuscito a lasciarti giù, tu e tutti i tuoi tormenti. Anche io ho bisogno di vacanza, mi hai detto, cioè mi son detto. Vero, legittimo. Basta che non rompi troppo i coglioni, ho detto. Farò il possibile, mi hai detto, mi son detto. Perché alla fine dei conti questa è la verità, che ti piaccia o no: puoi andare anche in capo al mondo, ma ti porti sempre dietro, anche se non vuoi; puoi circondarti di un mucchio di persone, un sacco di gente amica o sconosciuta, ma il primo vero compagno di viaggio sei tu. Sissignore, niente sconti: a che punto siamo, con te? Hai gli stessi gusti di te stesso, in fatto di spiagge? O io preferisco gli scogli e me ama gli stabilimenti balneari? Ci piacciono gli stessi posti dove mangiare? E la sera, dove si va? Chi decide? Il patto era che non mi sarei rotto troppo i coglioni. Ecco, nella prima metà del mese è successo il contrario. Poi, quando mi sono accorto che ero partito con me, e che non potevo farci niente, allora ho cercato di incontrarmi. Non è stato facile. I primi giorni non volevo parlarmi, non ce l’avevo nemmeno in mente. Mi lasciavo stare, a leggere, ad annoiarmi, a guardare l’ombra degli ombrelloni o i cartelli dei posti incontrati o le facce della gente che si sveste sui litorali di mezzomondo, che roba strana. Ogni tanto mi avvicinavo a me stesso e magari buttavo lì un “forse dovremmo parlare un po’ del fatto che…” e subito mi mandavo via, non rompere, avevi promesso di lasciarmi stare, dicevo. E tornavo sull’asciugamano. Però ogni tanto mi sono incontrato.

Mi chiedevo se fosse successo anche a te. Sei puoi dire, adesso che è quasi settembre, che sei stato in vacanza con te. Se c’è stato un momento, almeno un momento – tra il nove verticale e il sette orizzontale, o durante la penultima pagina del romanzo, o prima del caffè della sera, o quando il sole va via e i grilli danno il cambio alle cicale – che ti sei detto: ciao, eccomi qui, a che punto sono, come sto? Ciao, eccomi qui, a che punto sono, dove sto. Capita, eh? In vacanza. Tutto quell’oceano di tempo a non fare niente: a stare un po’ attenti, si può anche avere la fortuna di incontrarsi. Oppure di viversi, ecco, come un luogo di villeggiatura, come se il corpo fosse una specie di mondo portatile e tu potessi giocare a dire dove sono le coste, le montagne, i fiumi, le città incantate dalle luci… da dove si vede il mare, in te? E per contare le stelle, dove bisogna andare? A Sud o a Nord di te? Per starsene un po’ tranquilli, senza la musica dei balli di gruppo, è meglio prendere verso la testa o verso il cuore? Nei tuoi polmoni che vacanza si fa? Il respiro è corto e fresco come in collina, o si affanna come nell’afa delle città estive… Dove sei stato in vacanza? Dentro di me, guarda, si spende poco. Il soggiorno è gratis, da una vita, anche se non dà sempre questa sensazione. Ho scoperto posti meravigliosi, calette di pensieri liberi nascoste dietro spiagge affollatissime di preoccupazioni. Intere pinete di paure, buie come la notte, dove però tra l’intreccio dei rami si scorgevano i desideri e le speranze, lontane come stelle, ma visibili. Una notte ho dormito in tenda, in spiaggia, faceva un po’ freddo, ero nella mia schiena e ho sentito un sacco di dolore. Poi ho fatto un tuffo dagli scogli, ma non mi sono fatto niente perché di sotto avevo riempito di lacrime; sono anche stato su scogli scivolosi, a tentare l’equilibrio, e ho scoperto che se le braccia si comportano come ali, allora è possibile fermare il pensiero e trovare qualche istante di calma. Ho scovato un mare incredibile che non sapevo di avere. Sono tornato verso le braccia, le mani, le ho messe nei capelli… che musica. Meglio di Barcellona, di Rimini! Ho guardato il sole, tanto, perché mi scaldasse l’anno a venire. Ho lottato per amore, ho combattuto a lungo, e ho perduto. Ho sentito nello stomaco il dolore d’aver perduto, è stato come essere un bambino su una spiaggia dove piove sempre. Ho cercato di dimenticare, non ci sono riuscito. Ho chiesto ai pensieri di andare via, loro per un po’ mi ascoltavano ma poi tornavano sempre: erano come un gruppo di tedeschi ubriachi, un giorno erano una dozzina, il giorno dopo in sette, poi un giorno diventavano venti e il giorno dopo me ne trovavo solo uno, lì, che si faceva i fatti suoi. Ma tornavano, sempre, dicevano che anche per loro io ero il luogo di villeggiatura. Ho fatto una gita nella mia voce, l’ho fatta cantare e raccontare: era come quelle isole misteriose che non si vedono nelle cartine, ogni tanto c’era e ogni tanto no. L’ultimo giorno invece ho scalato una montagna, l’Everest del mio cuore, per andare a vedere una bandierina in cima in cima in cima in cima al picco più alto della terra, lassù, che dicono che su quella bandierina c’è scritto un nome e se riesci a leggerlo, se non c’è neve o troppo vento o la tormenta, insomma, puoi riuscire a leggere questo nome che abita il tuo cuore, e quello, dicono, quello è qualcosa che ha a che fare con l’amore. Dicono. Allora io ho preso su e sono salito, sono andato a cercare questa bandierina piantata in cima in cima in cima, in punta di cuore. Ci ho messo un sacco di tempo, e di fatica. C’era vento, e neve, e tormenta, ma sono arrivato su. E qualcosa ho letto. Ho intravisto una elle, forse, e una a, ma non sono sicuro. Elle a. Forse era il mio nome, o quello di mia figlia, o forse il nome di una donna… non so. Insomma, non si leggeva bene. L’anno prossimo risalirò ancora: ci sarà meno neve, forse, non ci sarà vento o magari la tormenta sarà volata via. Chissà.

Vabbè, ti ho detto di me e di queste vacanze dove ho cercato di lasciarmi a casa e non ci sono riuscito, ho tentato di farmi compagnia e non ci sono riuscito granché. A momenti, diciamo. Abbiamo appena cominciato, io e me, mi dico. L’anno prossimo andrà meglio, mi dico. C’è tutto un anno di convivenza, davanti, per poi fare bellissime vacanze, no? A meno che non si decida di fare vacanze separate, visto che si sta insieme tutto l’anno… ma mi sa che non si può. Comunque dovresti provare, dico, ad andare in vacanza con te. E a farti un giro dentro: in camper, in aereo, a piedi, come vuoi tu. E’ bello, è difficile, è un po’ come un viaggio avventuroso e pieno di insidie… ma è bello, è difficile, è bello. Se ci vai, mandami una cartolina.