L’invasione delle carezze

Arrivarono dal mare. O forse no.

Scesero dalle nuvole. Almeno, qualcuno disse così.
Qualcuno invece disse che erano salite dai tombini.
Dal mare, dalle nuvole, dai tombini… fate un po’ voi.
Quel che è certo è che arrivarono. Tutte insieme, in folata, alla rinfusa, all’arrembaggio, alla carica, arrivarono e si presero il mondo, tutto in una volta.

Erano le carezze.

Erano di tutti e di nessuno, erano per tutti. Erano piccole, piccolissime, ingombranti; ce n’erano per tutti, nessuno rimase senza. Saltavano fuori dai comignoli, come pulcini impazziti, e si mettevano a saltellare per i prati come fiori con le ali. Erano le carezze. Avevano una missione semplice e confusa: invadere il mondo, coglierlo di sorpresa, in quella mezza mattina del tre o del quattro o del cinque di quel mese, ma quale mese, non si sa, di quell’anno, ma quale anno, boh, nessuno ricorda il giorno, non conta. Non conta quanto e quando, conta che avvenne. E il mondo non se lo aspettava.

Il mondo, quella mattina, era il mondo di tutti i giorni: era pronto per fare colazione, e partire, e lavorare, e andare, e fare, e disfare… figuratevi se il mondo poteva essere pronto a tutte quelle carezze. Ma non si poteva fare altrimenti. Le carezze, innocenti e birichine, piovvero sui cieli del mondo come la nevicata del secolo. Nel senso che erano bianche? Mavalà. Erano di tutti i colori! C’erano anche le carezze nere, bellissime, sembravano cuccioli di puma.

E poi c’erano le carezze arancioni, buffe come albicocche, le carezze grigioline che sbucavano dai marciapiedi come topolini di seta. Facevano il solletico, facevano starnutire, facevano ridere, sorridere, piangere. Piangevano soprattutto quegli uomini immersi nel traffico, e quelle strane signore indaffarate che magari erano a metà della spesa, e avevano dovuto smettere di mettere i pomodori nel sacchetto perché, cosa vuoi, erano arrivate le carezze, e non si poteva farle attendere. Bisognava cedere, ascoltarle, lasciarle fare. I bambini ridevano, i grandi piangevano.

Piangevano perché non se le aspettavano, non si ricordavano più quel rumore, quel suono, il fruscio che facevano sulla pelle del viso, e sui capelli, e nei pensieri. I pensieri! I pensieri sparsi iniziarono a vagare per i tetti delle città, liberi come fringuelli in estate; i ricordi si misero in fila, sulle panchine dei parchi del pianeta, e bastava sedersi sulle foglie per guardare i ricordi di tutti che se ne stavano sulle panchine, lieti e pensosi, senza paura più di essere visti. I desideri fecero una cosa incredibile: occuparono le piazze, in corteo, mentre le preoccupazioni andarono di colpo a dormire, tutte, così, a metà mattina, una cosa mai vista prima.

Erano arrivate le carezze, come le ballerine del circo, come la neve, come la pioggia profumata in primavera, come le luminose stelle invernali. Piovvero sul mondo in pace, senza pretese, attese senza sapere di essere attese. E la Terra per un istante respirò, e il tempo si sospese. Le carezze più grandi si distesero sui ghiacciai, sciogliendo nodi antichi; alcune si posarono sulle onde, per calmare le acque. Carezze coraggiose placarono l’impeto dei vulcani, carezze minuscole si misero al posto delle museruole.

I bambini alla finestra guardavano questa buffa doccia di piume gridando: mamma, sono arrivate le carezze! Entrarono dappertutto, dai pertugi delle finestre, nelle buche delle lettere, passarono tra le narici e le orecchie, tra le ciglia e le palpebre, sfiorarono labbra, pettinarono campanelli, svegliarono citofoni, dondolarono altalene, lenirono dolori, curarono cicatrici. Fecero scalpore, scandalo, scassinarono cuori cuciti a scrigno da generazioni. Il mondo ne fu sorpreso e, invaso, dovette arrendersi. Bandiere bianche salivano alte, sui palazzi di tutti i poteri, e su quelle bandiere il vento scrisse qualcosa che non si poteva leggere. Ma tutti, ognuno e tutti, tutti furono colti, presi, sorpresi, pettinati, stropicciati, e per dirla in una parola: accarezzati.

Passarono anche da me. Mi sorpresero ancora in casa, che stavo per uscire; mi diedero una ciuffolata sui capelli, mi presero per mano, mi fecero sedere e mi allacciarono le scarpe, silenziose e attente come piccole mani di mamma. Poi mi fecero un pizzicottino sulla guancia, e via. Diventai per un attimo un bambino felice.

Erano le carezze. Erano dolci, e necessarie.

Arrivarono dal mare, dalle nuvole, dai tombini, chissà. Quel che è certo è che arrivarono. E come erano arrivate, volarono via. Fu un breve momento eterno, un fulmine dilatato. Il tempo di un respiro, di un salto e di un giro, di un oplà. Poi tornarono onde, vapori per nuvole, polveri di strade. E qualcuno sussurrò di avere solo sognato. Ma no. No, no. Avevano lasciato il segno. Erano invisibili, certo, innocenti, diamine, ma non innocue. Avevano lasciato una ferita, lassù sulle labbra, nel cuore del viso: un piccolo sorriso, appena accennato, l’eco di un amore durato, ecco, il tempo di un gelato. Come erano arrivate, svanirono.

Nessuno ricorda il giorno, l’ora, l’anno, il momento preciso. Solo che era mezza mattina. Nessuno lo ricorda perché il frastuono del mondo era appena incominciato. L’invasione delle carezze era come la a per l’alfabeto. Non era ancora niente. Le carezze erano pionieri carichi di seguaci. Il pomeriggio dopo, a cavallo dell’arcobaleno, arrivarono i baci.